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Diario
2 maggio 2010
Crawling dissatisfaction
It was only Cristina, as the last days of summer expired, who began to experience an old familiar stirring, a growing restlessness that she dreaded, but recognized only too well.
Suddenly, thoughts started taking precedence over feelings, thoughts and questions about life and love, and as much as she tried to resist these ideas,
she could not get them from her mind.
| inviato da Breezyswirl il 2/5/2010 alle 13:31 | |
3 aprile 2010
Questa vita è troppo poca
Troppe cose da fare, troppe da inventare, mille appunti da riordinare, sul mondo tanto quanto sui quaderni. Foto da incorniciare, e libri da vivere.
E mi chiedo, allibita, come possiate lasciarvi vincere dalla noia, dall'horror vacui, dalla solitudine. Come possiate essere così incapaci nel gestire il vostro tempo, come possiate non avere niente da fare, o non trovare nulla di interessante a cui dedicarvi.
Ma d'altra parte, che dire. Pure io non riesco a trovare modo (o forse la concentrazione) per preparare questo maledetto esame che tratta di cristalli e di noia, e in fondo pure io mi faccio prendere dall'apatia quando apro quaderni colmi di formule ignote...
| inviato da Breezyswirl il 3/4/2010 alle 16:9 | |
20 marzo 2010
Fracassi esistenziali in un venerdì sera di fine inverno
Cadorna: il cesso di Milano.
Se vuoi scrivere un libro, parti da lì,
e troverai storie che vengono da ogni paese, indistintamente.
E anzi. Partiamo dal distinto signore imbellettato
e sudante sotto quella giacca con cravatta annessa, doppio petto, triplo cravattino
e quadruplo giramento di maroni che gli si legge netto in faccia.
Un tizio nell’angolo con pantaloni
abbassati tira coca, ala est stazione. Tre grossi parà -casualmente ala ovest stazione
- si mimetizzano, sì, non fosse il cappellino. Amaranto. Come dici? Ah, sì, il berretto, pardon.
Ragazze vestite di giallo annunciano primavera.
O forse, con intento meno nobile, regalano tuc al rosmarino, che fanno
onestamente un bel po’ schifo; loro, invece, fanno da contorno, dietro allo stand “Mondolibri”.
Certo meglio delle api che l’anno scorso regalavano i cheeeerios di prima mattina.
Quattro schermi messi a quadrato,
spigoli coincidenti, ripetono la stessa immagine. Quattro a destra e quattro a
manca dei tabelloni. Altri quattro, due a ingresso stazione e due subito
dietro. Chesisamaichetiperdiqualcosa.
Mi viene da vomitare, sarà colpa dei tuc? Epilessia. Bombardamento per
psicolabili. E suoni. E rumori, e puzza, e profumi, e miscuglio di odori buoni
e cattivi, allettano lo stomaco e insieme lo attorcigliano. Delirio.
“Hai fame? Non mangiare la prima cosa
che capita! I nuovi tuc pocket sono la pausa ideale!”. Blah.
Lungo le scale della metropolitana risuona
l’Ave Maria di Schubert, a mano di un violinista per caso che sa il fatto suo,
e che cozza irrimediabilmente e inevitabilmente con la pubblicità
anestetizzante dagli altoparlanti.
“Umanità nova e rivista anarchica”,
grida il solito vecchio sdentato, e invasato, e trasandato. Una signora si
ferma, lui chiede soldi, lei dice “No, allora, no. Grazie”, e lui le tira
dietro il giornale, ad onorare il non-partito.
In alto alle scale un altro uomo, per
il quale la definizione trascurato sarebbe effimera, chiede la carità,
accompagnato dal cane sporco, a chiazze bianche nere, e occhi infoiati.
In basso alle scale un'altra donna,
per la quale la definizione sformata sarebbe eufemismo, chiede la carità,
accompagnata dalla cagnetta minuta, marrone, tascabile. Probabilmente a fine
serata finirà in uno degli anfratti di quel corpo, a cercare calore, e riposo,
e riparo. Insieme alle monete, ivi nascoste.
Altri cani un po’ più in là, ci sono cani ovunque stasera!, neri, che sembran
quasi cavalli, al guinzaglio, accanto a personaggi incolti tanto nel gergo
quanto nel vestire. Si abbaiano addosso l’un l’altro, attaccan lite, grignano,
intanto distraggono i controllori della metrò e una ragazza dark style,
piercing all’orecchio all’ombelico al naso al labbro alla lingua, qualche
borchia qua e là e magari due o tre marchi a fuoco per non farci mancare nulla,
dicevamo, una ragazza, si infila sotto i tornelli, stampando -qualche metro più
in là- un bacio diretto su labbra nere, maschili. Similia similibus curantur.
Centometristi della quotidiana
rincorsa al treno -che si farebbero un baffo dei record olimpici-
sfrecciano a destra e a manca di altri viaggiatori invece puntuali, o troppo
stanchi per raggiungere il convoglio, che "tanto non partirà mai in orario". Sono buffi, i centometristi, provate ad
osservarli. Chi addobbato con tacchi, orecchini pesanti, borse e corsa goffa, e chi, uso a tali
costumi, ben sa che un paio di tiger non possono che essere le
migliori alleate in caso di train leaving in less than one minute.
Nel delirio, una mano avida si infila con fare
felpato dentro una borsa elegante cercando il paradiso, e guadagnando poco più che la mala occhiata della legittima proprietaria, una ragazza in camiciola borghese bianca con bordini rifiniti e gonna di
tutto punto, tacco a spillo il cui incedere ricorda il passare del tempo con fare svizzero,
capelli scandinavi, sorriso moldavo.
Poco più in là un’altra ragazza
con gli occhi a mandorla color mogano propina arnesi colorati la cui funzione
sempre sfugge al viaggiatore accorto, ma che riesce a intenerire il vecchietto
frastornato dalla caciara, il quale, invece di contrattare, gioca al rialzo.
Sembra di essere in un mercato
arabo.
Ma che dico.
Questo è l’ombelico del mondo!
“Un biglietto per Mariano,
grazie”. Una bic fa tictic su uno schermo touch che non viene mai toccato da
quelle dita condite di smalto rosa, che farebbero forse un po’ più tictac, come
la vita secondo la Hunziker.
Mi avvicino ai tornelli, sto per
sopravvivere.
Luce verde. Biglietto valido.
Treno per Asso binario 9. Luce verde sulle porte.
L’odore di cloro che mi invade i
polmoni è un po’ come la barilla fuori confine secondo le pubblicità. Mi fa
sentire a casa. O meglio, mi fa sentire su un treno de leNord.
Treno vuoto ampiamente
disatteso.
Salgo al primo piano, attacco il
computer all’unica presa esistente sul vagone.
Cuffie.
Jolaurlo.
“Solo un po’,
solo un po’,
Sono a corto d’aria
però,
sento che
parte di me
respira ancora…”
Lasciatemi in pace, ora.
Devo dormire un po’.
| inviato da Breezyswirl il 20/3/2010 alle 1:0 | |
18 marzo 2010
Addio, non se ne può più.
C'è qualcosa, di grosso, che non va. Io che ti sogno. E tu, invece, che non mi vedi.
| inviato da Breezyswirl il 18/3/2010 alle 22:5 | |
15 marzo 2010
Appunti
"Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O Anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile."
Faber
| inviato da Breezyswirl il 15/3/2010 alle 2:10 | |
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